Campi Flegrei, nuovo studio del rischio eruzione di Politecnico di Zurigo, Ingv e Università "Sapienza" di Roma

Campi Flegrei, nuovo studio del rischio eruzione di Politecnico di Zurigo, Ingv e Università “Sapienza” di Roma

(CFN) POZZUOLI – Una nuova analisi del rischio eruzione per i Campi Flegrei. “La caldera potrebbe essere alla vigilia, in tempi geologici s’intende di una nuova eruzione di grandi dimensioni“. Uno studio pubblicato su Science Advances dalla dottoressa Francesca Forni, del Politecnico di Zurigo in Svizzera, in collaborazione con altri ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma e il Dipartimento di scienze della Terra dell’Università la “Sapienza” di Roma. “Un’analisi dei minerali e delle rocce prodotte dai Campi Flegrei in eruzioni avvenute negli ultimi 60mila anni indica che l’attuale stato di quiescenza nasconde un accumulo di magma e un incremento della pressione dei gas nella camera magmatica che potrebbero preludere a un’eruzione catastrofica in tempi geologici“, recita l’articolo. Lo studio prende in esame  le due grandi eruzioni della caldera: quella cosiddetta dell’ignimbrite campana e quella del tufo giallo napoletano, rispettivamente le due rocce che hanno caratterizzato i depositi di materiale conseguenti alle due eruzioni. “La dottoressa Forni e i colleghi hanno analizzato campioni di rocce e minerali prodotti da 23 eruzioni avvenute nella zona dei Campi Flegrei, comprese le due eruzioni principali, da cui è stato possibile stimare i cambiamenti critici nella temperatura del magma e il suo contenuto di acqua nel corso della storia eruttiva di tutta la regione – si legge nell’articolo -. Hanno poi combinato i risultati di questa analisi con un modello termomeccanico per ricostruire i meccanismi che portano il sistema magmatico a passare da eruzioni piccole e frequenti a eventi di dimensioni enormi e dalle conseguenze catastrofiche“. Un’analisi molto approfondita che alla fine ha rivelato alcuni dati interessanti. “I dati rivelano che l’eruzione in assoluto più recente, quella di Monte Nuovo del 1538, è stata caratterizzata da magmi assai simili a quelli che hanno alimentato l’attività delle fasi iniziali delle eruzioni che hanno formato le caldere – si legge nell’articolo -. Gli autori ritengono che l’eruzione di Monte Nuovo sia stata l’espressione di un cambiamento delle condizioni chimico-fisiche del magma, in cui notevoli quantità di sostanze volatili si sono separate dalla fase liquida negli strati più superficiali del magma stesso. Questa attuale fase di accumulo di magma e d’incremento della pressione dei gas nella camera magmatica potrebbe culminare, in un’epoca indeterminata del futuro, in un’eruzione di grandi proporzioni“. (CFN)