Da Bacoli a Reggio Calabria, il Sud deturpato e intossicato che resiste

Da Bacoli a Reggio Calabria, il Sud deturpato e intossicato che resiste

(CFN) Sul sito ufficiale di Roberto Saviano stamane è stato pubblicato un articolo dal titolo “Da Reggio Calabria a Bacoli, il Sud deturpato e intossicato che resiste” (che abbiamo qui quasi fedelmente ripreso) a firma di Andreana Illiano. Una giornalista conosciuta e stimata dalle nostre parti, per anni collaboratrice de “Il Mattino” autrice di moltissimi articoli e molte inchieste e da qualche anno, trasferitasi in Calabria, redattrice del “Corriere della Calabria” divenuto “Il Quotidiano del Sud”.
Nell’articolo la collega fa un parallelismo fra quanto accade a Reggio Calabria e quanto accade dalle nostre parti, in questo caso a Bacoli, in tema di rifiuti, camorra, politica e affari. Il tema sarà trattato da Uno Mattina domani, giovedì, intorno alle 10. In studio anche la giornalista Andreana Illiano.
Riportiamo a seguire, con sommo piacere, l’articolo integrale.(CFN)

(da www.robertosaviano.com) Il Sud ha piaghe aperte, mai risanate. Lo sviluppo industriale programmato ha creato più danni che ricchezze. Non c’è solo Bagnoli che, in Campania, attende da nove mesi che il governo nomini un commissario per la bonifica, promessa, sognata, mai partita. Non c’è solo lo spettro dell’altoforno dell’ex acciaieria, che ancora sforna vittime, malati di cancro ai polmoni e toglie il fiato, la vita ad ex operai. C’è di più. In Calabria una fabbrica, nata col cosiddetto Pacchetto Colombo, che risale agli anni Settanta, fu l’invenzione del governo centrale per sedare gli animi dei ribelli che, in una rivolta (quella di Reggio), volevano che la città in riva allo Stretto fosse capoluogo di regione; Roma promise sviluppo e costruì una fabbrica chimica che, dalle proteine del petrolio, doveva produrre mangimi per animali. La fabbrica costò circa 1300 milioni di lire. Assunse centinaia di operai. Aprì e 48 ore dopo chiuse. Quel mangime era cancerogeno. Lo scoprirono dopo. Non si poteva fare. Chi lo aveva scritto, come l’ingegnere che firmò la perizia, morì misteriosamente in un incidente stradale e ancora oggi attende giustizia. In realtà due giorni durò il sogno di sviluppo. Gli operai furono mandati in cassa integrazione. Furono come sospesi, per 18 anni. Il progetto fu accantonato. Guadagnò la ‘ndrangheta. L’ammasso di capannoni è rimasto. Un cimitero industriale vecchio quarant’anni. Negli anni si è pensato al porto di Saline come volano di sviluppo per la nautica, ma la ciminiera alta 174 metri è ancora lì che sovrasta sul mare. Una ferita aperta. La baia del basso Jonio è servita a far passare rifiuti tossici, a nascondere i business delle ecomafie, volute dal clan Iamonte. Ci sono ancora tonnellate di rame e di tubi e di amianto che andrebbero smaltiti. Le bonifiche però sono lontane. In Campania, nei Campi Flegrei, a Baia (nel Comune di Bacoli) c’è un’ex cava di tufo, ormai in disuso che è stata imbottita di spazzatura, lo dicono i pentiti, una sentenza della VI sezione del tribunale di Napoli, in primo grado e, soprattutto, lo attesta l’ultimo incendio avvenuto appena due giorni fa. Le lingue di fuoco hanno lambito due case. Non si fermavano. Ardevano. Bruciavano combustibile tossico. In quella conca il Nord dell’Italia, le società private del Veneto scaricavano ciò che non riuscivano a smaltire negli impianti. In provincia di Napoli, tra golfi e laghi dalla storia millenaria la ferita è ancora aperta e chi ha lucrato, chi è stato condannato in primo grado per aver imbottito la terra di veleni ha pure tentato di riciclarsi facendo nascere, sulle fondamenta della cava, resort e alberghi. Il sindaco di Bacoli neoeletto, che ha appena 28 anni, spera nella bonifica. Intanto resiste, in una terra dove l’Oms certifica che è tra gli otto Comuni della Campania col più alto tasso di neoplasie e malformazioni, anche se non ci sono discariche ufficiali, d’altronde sarebbero impensabili, non autorizzabili visto che c’è il bradisismo e il sali e scendi della terra inquinerebbe le falde. Follie umane. Ecco il Sud ferito a morte che non piange, ma resiste.

di Andreana Illiano