Il Vescovo di Pozzuoli invita alla fiducia.
Il vescovo di Pozzuoli, Monsignor Gennaro Pascarella

Il Vescovo di Pozzuoli invita alla fiducia.

(CFN) POZZUOLI – Sarà “Una Quaresima Speciale”: così apre la sua lettera ai fedeli il Vescovo della Diocesi Flegrea Gennaro Pascarella.

Carissimi sacerdoti e diaconi, carissimi religiosi e religiose, carissimi fedeli laici, carissimi fedeli laici, con questa Lettera vorrei condividere con voi la paura, l’angoscia, la preoccupazione per questo tempo di afflizione, provocato dal diffondersi a macchia d’olio del coronavirus nella nostra nazione. Nello stesso tempo vorrei con voi rifondare la speranza, non lasciandoci schiacciare da un presente dai tratti chiaramente oscuri. Siamo nel pieno di una bufera, che rischia di chiudere ogni orizzonte.

1. TEMPO DI FIDUCIA

È tempo di fiducia. È tempo di corresponsabilità. È tempo di solidarietà. È tempo di tener ben accesa la fiaccola della fede, della speranza e della carità.
Siamo chiamati ad aver fiducia nella scienza e nelle istituzioni.
Avere l’umiltà di lasciarci guidare da chi è più competente di noi, evitando ogni forma di “fai da te”, come anche di dare ascolto e condividere informazioni non verificate o senza alcun fondamento (presenti soprattutto nei social). Siamo invitati a prendere sul serio le indicazioni di prevenzione che ci vengono date, anche se cambiano completamente i nostri ritmi di vita, le nostre abitudini e ci privano di qualcosa per noi credenti essenziale come partecipare all’Eucarestia.
Solo insieme possiamo superare questa prova. Solo se ognuno di noi si sente responsabile della salute dell’altro, evitando di contagiarsi e di contagiare, potremo vincere questa “guerra” contro un male invisibile a occhio nudo, capace di penetrare dentro ogni persona, soprattutto in chi è più debole.
Il nostro pensiero va innanzitutto agli anziani, a quanti sono già afflitti da malattie gravi, agli immunodepressi. E poi ai detenuti e alle detenute, che si ritrovano a vivere un isolamento totale, anche dai propri cari.
Mai come in questo tempo ci dovrebbero accompagnare le parole di Gesù: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo al loro: questa infatti è la legge e i profeti» (Mt7,12).
Non prendere sotto gamba questo male è il primo gesto di amore verso l’altro.

2. UNA PRESENZA VIVA

Il nostro sguardo deve andare oltre il buio verso la luce. Insieme vogliamo attraversare la notte.
La nostra stella polare, la nostra fiaccola è la fede.
Essa ci ricorda che la nostra esistenza è fondata sulla roccia, che è Dio.
Con il Cristo crocifisso e risorto “si può sempre guardare in avanti”.
«Questa è la sicurezza che abbiamo. – scrive papa Francesco nell’Esortazione apostolica postsinoidale Christus vivit – Gesù è l’eterno vivente. Aggrappati a Lui, vivremo e attraverseremo indenni tutte le forme di morte e di violenza che si nascondono lungo il cammino. […] Con Lui il cuore è radicato in una sicurezza di fondo, che permane al di là di tutto» (nn. 127-128). Egli è sempre presente, come ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Egli “non solo è venuto, ma viene e continuerà a venire ogni giorno per invitarti a camminare verso un orizzonte sempre nuovo” (ivi, n. 125).
Il forzato “digiuno eucaristico” faccia crescere in noi il desiderio del “pane celeste”, che non sempre abbiamo ricevuto con consapevolezza e con devozione, e ci aiuti a riscoprire altre presenze del Risorto come scrivono i Padri conciliari (cfr. Sacrosanctum Concilium, 7): Egli è presente in modo speciale nel sacrificio della Messa; è presente nella sua Parola; è presente quando la Chiesa prega e canta, lui che ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20).
Egli è presente nel fratello e nella sorella, soprattutto se feriti in vario modo dalla vita (cfr. Mt 25,31-46). Egli è presente dentro di noi, se non ci stacchiamo da Lui, a cui il Battesimo ci ha unito come i tralci alla vite, se ascoltiamo e viviamo la Sua parola (cfr. Gv 14,23).
Egli è ancora oggi il Buon Samaritano che versa sulle nostre ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza (cfr. Prefazio Comune VIII).

3. UN’OPPORTUNITÀ DA COGLIERE: RISCOPRIRE LA PREGHIERA DEI SALMI

In questo tempo di “deserto” siamo chiamati a rimetterci in un rapporto più profondo con Lui nella preghiera personale, nell’ascolto orante della Parola di Dio. In particolare vi esorto a pregare con i Salmi. Lì troveremo le parole giuste per rivolgerci al Signore, esprimendogli anche i nostri dubbi, le nostre domande, il nostro grido.
«Ritengo che tutta la vita dell’uomo, tutte le attitudini spirituali fondamentali, così come tutte le emozioni e i pensieri, – scrive in una Lettera Atanasio di Alessandria – siano riuniti e contenuti nelle parole di questo libro. Non si troverà nell’uomo nulla che non sia in questo libro»1.
Facciamo nostro il consiglio di Carlo Maria Martini: prendere “i brani di Salmi che corrispondono alla nostra situazione, e recitarli … uno dopo l’altro, componendo così il nostro salmo personale”.
1 Citato da Ludwig Monti, I Salmi: preghiera e vita, Magnano 2018, p. 55.
Anche Maria ha fatto così per il Magnificat.2.
Ci sono “i salmi dello sconforto e dell’angoscia”, che ripropongono gli interrogativi dell’uomo prostrato dal dolore per la malattia, per il pericolo di morte, per la calunnia, per le calamità naturali e sociali. Spesso le domande sono rivolte direttamente a Dio: “perché? Fino a quando? Fino a quando, Signore, starai a guardare? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Normalmente questi salmi non finiscono con il grido del malato o del perseguitato, ma con il ringraziamento. È una preghiera in cui domina la fiducia. È una preghiera aperta, fiduciosa, incamminata verso un superamento.3

4. SENTIRSI GUARDATI E AMATI

La preghiera sia fatta con fede. «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Infatti chi chiede riceve; chi cerca trova; a chi bussa sarà aperto. C’è forse un uomo tra voi che, se suo figlio gli chiede un pane, gli darà un sasso? Oppure: se gli chiede un pesce, gli darà un serpente?
Se dunque voi, anche se cattivi, sapete dare doni buoni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quanti gliene fanno richiesta!» (Mt 7,7-11).
Credere è sentirsi guardati e amati da Dio. Tutto è guardato da Dio: ogni nostra preghiera, ogni parola, ogni avvenimento triste o gioioso, ogni malattia … tutto, tutto! Noi crediamo che Egli è Amore: qui si fonda la nostra fiducia in Lui. Questa fiducia deve animare la nostra preghiera.
Di fronte alle difficoltà insormontabili può nascere la tentazione di non rivolgersi più a Dio: “Basta, tanto non serve!”.
Vogliamo fare nostra la preghiera accorata dei discepoli: “Aumenta la nostra fede!” (Lc 17,5).
Pur sapendo che Dio è Amore, spesso viviamo come fossimo soli, orfani, su questa terra, come non esistesse un Padre che ci ama e ci segue. Nella vita di ognuno di noi la fede può avere oscillazioni. S. Teresa di Lisieux, che in tutta la sua vita aveva avuto un rapporto filiale con Dio, è assalita negli ultimi diciotto mesi della sua vita dalla “prova contro la fede”. Racconta questa prova con un’immagine: era come se un muro si alzasse fino ai cieli e coprisse le stelle.4 Lei “muore d’amore”, perché “vive d’amore”. Le sue ultime parole sono, guardando il crocifisso: “Io lo amo! Mio Dio, io ti amo!”.5
In questo tempo di preoccupazione e di isolamento chiediamo al Signore che ci doni una fede autentica, anche se grande come “granellino di senapa” (cfr. Lc 17,6), quella fede che fonda unicamente su Dio, che è Amore, quella fede che pone in Dio, a cui nulla è impossibile, la piena fiducia! «Dio non salva dalla croce, ma nella croce. – affermava Dietrich Bonhoeffer – Non salva dalla sofferenza ma nella sofferenza, non protegge dal dolore ma nel dolore».6
Dio non ci ha risparmiato la tempesta che stiamo vivendo, ma ci sostiene dentro la tempesta.  La fonte della carità è la fede, nello stesso tempo è la carità che alimenta le fede! Riempiamo la nostra giornata di tanti piccoli gesti di carità, se vogliamo che il fuoco dell’amore sia acceso nella nostra vita e non sia come il fuoco sotto la cenere.

5. PREGARE IN COMUNIONE

La nostra famiglia diventi autentica Chiesa domestica, in cui regni il Signore risorto per l’amore che circola tra noi. Sia scoperta la preghiera comune in famiglia. Essa, come promette Gesù è “potente”, non della potenza del mondo, ma della potenza della croce: «… in verità vi dico, se due di voi sulla terra saranno d’accordo su qualche cosa da chiedere, qualunque essa sia, sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Infatti, dove sono riuniti due o tre nel mio nome, ivi sono io, in mezzo a loro» (Mt 18,19-20).
A Gesù non interessa tanto il numero delle persone, ma che queste siano unite, le vuole in accordo, una sola voce. Per ottenere quanto si chiede Egli chiede l’amore reciproco tra le persone. È questo il segreto della riuscita della preghiera fatta insieme: essere “riuniti nel nome di Gesù”. Egli è presente in mezzo a noi, dove c’è unità di cuori, ed è Lui a chiedere con noi al Padre le grazie! In questo tempo non facciamo mancare nelle nostre famiglie la preghiera fatta in accordo.
Uniamoci, anche se a distanza, nel chiedere al Signore

– di bloccare la diffusione di questo virus, di guarire i malati, di preservare la salute di tutti, disostenere chi opera nel mondo della sanità;
– di donare la saggezza ai politici e a tutti di crescere nella solidarietà;
– di essere vicino e portare un conforto speciale per i malati gravi e a tutti quelli che stanno per concludere il loro viaggio terreno.


Nella preghiera, che ci allarga il cuore sulla misura del Cuore di Cristo, non dimentichiamo che nel mondo ci sono altri “virus” devastanti come la guerra, la fame e malattie che mietono tante vittime. Come non pensare a tanti nostri fratelli e sorelle, soprattutto bambini, che sono sballottati tra Turchia e Grecia? E a tutti quelli che muoiono di fame, soprattutto in Africa?2
Carlo Maria Martini, Il sole dentro, Milano 2016, pp. 190-191.
3 C. Di Sante, voce Preghiera in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica (a cura di Pietro Rossano, Gianfranco Ravasi,
Antonio Girlanda), Cinisello Balsamo 1988, pp. 1220-1222.
4 Cfr. Chiara Lubich, Parole di Vita, Roma 2017, pp. 732-734
5 Antonio Maria Sicari, Come muoiono i santi, Milano 2016, p. 49
6 Citato da Ermes Ronchi, Le nude domande del Vangelo, Cinisello Balsamo 2016, p. 34

6. «IRROBUSTITE LE MANI FIACCHE, RENDETE SALDE LE GINOCCHIA VACILLANTI, DITE AGLI SMARRITI DI CUORE: “CORAGGIO, NON TEMETE!”» (Is 35,3-4)

In questo tempo di Quaresima non possiamo non far risuonare con forza e con assiduità il cuore del Vangelo, il fondamento della nostra fede: “Cristo che era morto, è risorto!”. Questa buona notizia deve illuminare anche questi giorni di smarrimento. La paura, lo sgomento e l’angoscia di fronte alla morte, che ha provato “perfino l’umanità del Verbo, il Cristo”, ci dice che “non siamo fatti per la morte, tutto in noi dice che siamo fatti per la vita e per la vita divina, per la vita divina, per la vita immortale, per una vita senza fine”.7
San Paolo nel capitolo 15 della Prima Lettera ai Corinzi scrive di trasmettere ciò che ha ricevuto: “Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, … fu sepolto … fu risuscitato, secondo le Scritture; … apparve a Cefa, e poi ai Dodici” (vv. 3-5). Poi trae le conseguenze per noi dell’annuncio di questo evento, unico e straordinario: «Ora, se si predica che Cristo fu risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non si dà risurrezione dei morti? Ché se non si dà risurrezione dai morti, neanche Cristo fu risuscitato! Ma se Cristo non fu risuscitato, è vana, la nostra predicazione, vana la vostra fede. (…) Se infatti non si dà risurrezione dai morti, neanche Cristo è risorto; e se Cristo non è risorto, è inutile la vostra fede e voi siete ancora nei peccati. E anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti. Se avessimo speranza in Cristo soltanto in questa vita, saremmo i più miserabili di tutti gli uomini» (vv. 12-14.16-19).
Non è culturalmente corretto oggi parlare della morte, è diventato un tabù, qualcosa che va taciuto! Sempre più diffuso è una sorta di nichilismo strisciante, che si insinua sottilmente anche in noi credenti. Proprio in questo tempo, in cui sperimentiamo la nostra fragilità, tempo in cui il soffio della morte lo sentiamo più vicino, noi credenti dobbiamo fare memoria che è vero che siamo polvere, ma una polvere in cui Dio ha inalato il suo “soffio vitale”, rendendoci “essere vivente”, sua immagine e somiglianza. Come diceva papa Francesco, nell’omelia di mercoledì delle Ceneri (26 febbraio 2020), siamo “polvere amata da Dio”: «Il Signore ha amato raccogliere la nostra polvere tre le sue mani e soffiarvi il suo alito divino (Gen 2,7). Così siamo polvere preziosa, destinata a vivere per sempre».
Dobbiamo coltivare la speranza in Cristo non soltanto in questa vita ed essere sempre pronti “a dare una risposta a chi ci chiede il motivo della nostra speranza” (1Pt 3,15).
La speranza cristiana nella vita eterna non ci distoglie dal vivere oggi, ma ci spinge a vivere la vita ancora più intensamente. Innanzitutto perché la vita divina ci è donata già ora, anche se in pienezza la vivremo nell’ “oltre”. Poi la vita è un dono e una responsabilità: “alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore”.

Fratelli e sorelle carissimi,
stiamo vivendo non tanto una quaresima liturgica, ma esistenziale. Sappiamo cavare dalle limitazioni e dall’isolamento una possibilità di rinnovamento. Diamo più spazio al silenzio, vivendo nella preghiera un rapporto intimo con il Signore; leggiamo e meditiamo la Parola di Dio, soprattutto quella che la Liturgia ci propone ogni giorno in questo cammino quaresimale; riempiamo di gesti concreti di carità le nostre giornate, utilizzando tutti gli strumenti di comunicazione.
Non potendo partecipare all’Eucarestia, seguiamola attraverso la Radio e la TV.
Non trascuriamo ogni giorno la recita del Rosario, affidandoci a Maria, “Salute degli infermi”, “Consolatrice degli afflitti”, “Aiuto dei cristiani”.
Preghiamo con il beato Bartolo Longo la Regina del Santo Rosario:
«Tu sei l’onnipotente per grazia,
Tu dunque puoi aiutarci.
Se Tu non volessi aiutarci,
perché figli ingrati ed immeritevoli della tua protezione,
non sapremmo a chi rivolgerci.
Il tuo cuore di Madre,
non permetterà di vedere noi,
tuoi figli, perduti.
Il Bambino che vediamo sulle tue ginocchia
e la mistica Corona che miriamo nella tua mano,
ci ispirano fiducia che saremo esauditi.
E noi confidiamo pienamente in te,
ci abbandoniamo come deboli figli
tra le braccia della più tenera fra le madri,
e, oggi stesso,
da te aspettiamo le sospirate grazie».

+ Gennaro, Vescovo
Pozzuoli, 12 marzo 2020